24/07/2009

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10/04/2009

Bambini Al Lavoro - Uno Sguardo Differente Al Lavoro Minorile

 

IL PROGETTO “DIRITTI UMANI IN AZIONE: INFANZIA, LAVORO, PROTAGONISMO

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Di fronte a innumerevoli politiche abolizionistiche che vorrebbero eliminare del tutto la possibilità di svolgere un’attività lavorativa da parte di un ragazzo, nel sud del mondo i movimenti NATs (Niños y Adolescentes Trabajadores, Bambini e ragazzi lavoratori) chiedono ai governi e alla comunità internazionale che possa venir loro riconosciuto un diritto ad un lavoro svolto in condizioni degne e sicure e una partecipazione attiva alla vita sociale e politica del paese. L’idea di fondo è che non tutte le esperienze lavorative siano da eliminare. Se lo sfruttamento e le occupazioni pericolose o dannose vanno combattute, esistono tuttavia forme di attività economiche che possono essere ritenute accettabili e che possono costituire per i ragazzi, davanti a situazioni di necessità, un’occasione di apprendimento e crescita, in termini di conquista di maggiore autonomia, senso di autostima, socializzazione economica.

Anche quest’anno l’associazione “Nats per… Onlus” grazie alla preziosa collaborazione con “Jardin de los niños Onlus” e “Progetto Mondo MLAL” e con il co-finanziamento della Regione Veneto ha organizzato dei percorsi di formazione nelle scuole di diverso ordine e grado, al fine di sensibilizzare gli studenti rispetto all’esistenza dei movimenti dei bambini lavoratori e di strada, oltre che a promuovere la cultura dei diritti dell’infanzia, ed in particolare del diritto alla partecipazione, così come definito nell’articolo 12 della Convenzione ONU sui diritti del fanciullo del 1989. Il progetto Diritti umani in azione: infanzia, lavoro, protagonismo ha interessato numerose classi del territorio del trevisano, veneziano, padovano e del veronese. Esso prevedeva un percorso che si strutturava in quattro incontri di due ore ciascuno in cui i ragazzi delle classi, con l’aiuto di educatori, si sono confrontati, hanno lavorato in gruppo e realizzato giochi inerenti al tema del lavoro minorile, dello sfruttamento, delle cause che portano i bambini a lavorare, della posizione di valorizzazione critica del lavoro dei movimenti NATs, dei loro diritti come ragazzi e della partecipazione nei vari ambiti della loro vita come cittadini responsabili e attivi. L’ultimo incontro ha visto inoltre la presenza delle delegazioni colombiana e peruviana di bambini lavoratori. L’una proveniente dallaFondazione del piccolo lavoratore di Bogotà, l’altra formata dalla direttrice della Scuola Nassae in Lima e dal delegato del movimento nazionale NATs Perù. I loro interventi e le loro vite presentate nelle varie classi hanno dato un apporto concreto e realista su quella che è l’esperienza dei bambini lavoratori e sulla lotta che portano avanti perché venga loro riconosciuto un diritto ad un lavoro degno e ad un ascolto attivo da parte dei governi e della comunità internazionale.

Una visione del lavoro minorile a cui non è abituata la nostra società, spesso ancorata a modelli paternalistici e adultocentrici dell’infanzia che non vedono ancora nel bambino e ragazzo un soggetto attivo e capace di partecipazione non solo sociale ma anche politica, ma che lo rinchiudono in sfere di protezione e sicurezza, discriminandolo secondo un presupposto di immaturità.

 

Per maggiori informazioni sui movimenti NATs e sul progetto:

www.natsper.org

Formazione scuole Nats per

Formazione scuole Jardin de los ninos

Links utili

 

19/08/2008

Ancora guerre, ancora stragi!

Pubblico qui di seguito una riflessione di Gianni Rocco di Associazione per la pace di Padova sull'attuale conflitto in Georgia.

 

589046693.jpgSulla  guerra nel Caucaso vorrei partire da una considerazione preliminare

Georgia e  Serbia, Ossezia e Kosovo sono nomi che, in relazione alla crisi che si sta sviluppando in queste ore, si possono sovrapporre, mentre Russia e Usa hanno invertito le loro posizioni.

L’Ossezia  (Kosovo) è una regione che da anni sta conducendo una lotta, anche armata, per chiedere l’indipendenza dalla Georgia (Serbia) senza però ottenerla. La Russia appoggia queste mire indipendentiste mentre gli Usa vi si oppongono in nome l’intangibilità dei confini della Georgia: esattamente il contrario di ciò che è avvenuto per il Kosovo nei confronti della Serbia. Quest’ultima, dopo aver subito i bombardamenti Nato del 1999, quest’anno ha dovuto subire l’indipendenza della sua provincia kosovara. Le motivazioni dei bombardamenti sulla Serbia? La pulizia etnica ed il genocidio del popolo Kosovaro albanese perpetrato dall’esercito di Belgrado. Esattamente ciò che affermano i russi per giustificare il loro intervento in Georgia: la pulizia etnica ed il genocidio del popolo Osseto.

A questo punto c’è una domanda che andrebbe posta a tutti coloro che sono stati favorevoli alla secessione del Kosovo: perché a questo viene concessa e garantita l’indipendenza e all’Ossezia no?  Gli apprendisti stregoni della Nato seminando vento stanno raccogliendo tempesta, e lo scontro fra  Russia e Georgia non potrebbe che essere solo il primo dei “raccolti” per l’effetto domino che può scatenare nella regione e non solo.

Certo questo non spiega tutto. Ci sono anche in quest’area questioni che si intrecciano con il controllo delle fonti energetiche, c’è la Nato che, come vogliono gli Usa, si sta allargando attorno alla Russia modificando pericolosamente gli equilibri strategici, c’è il problema dello scudo stellare che Mosca vede, ed a ragione, con molta preoccupazione, c’è il controllo della regione caucasica fondamentale per le ipotesi Usa di guerra all’Iran e per il controllo delle vie del petrolio dal mar Caspio.

Ma ciò che va assolutamente condannato e non può essere accettato è che le operazioni militari siano,  e ormai da tempo, rivolte  contro le popolazioni civili che vengono massacrate o costrette a fuggire dalle loro case. E’ l’aspetto terribile e quasi “normale” della guerra permanente e globale: è la vera assimetria della guerra moderna.

Come fermare questa pazzia?

Certo va chiesto a Russia e Georgia la fine delle ostilità, va chiesta il rispetto dell’integrità territoriale georgiana, va chiesto la salvaguardia dei diritti delle minoranze etniche.

Siamo però in presenza di un quadro internazionale che prefigura periodi molto bui. La crisi economica che sta attanagliando ormai anche i paesi del cosiddetto mondo sviluppato lo sta a dimostrare. Le vecchie superpotenze, sia pur a gradi diversi, sono in profonda crisi, le nuove che si stanno affacciando non sono in grado di dare alla politica internazionale un segno diverso, il Medioriente, l’Iraq e l’Afghanistan sono in fiamme, l’Africa è in preda a fame, guerra ed oppressione, i segnali positivi che vengono dall’America Latina sono ancora molto deboli.

In questo quadro l’Europa potrebbe avere un ruolo di pace decisivo ma politicamente è troppo divisa, e soprattutto, troppo legata alla politica estera statunitense e ciò rende la sua posizione estremamente debole ed anche complice delle avventure militari Usa.

Allora che fare? Dobbiamo continuare ad operare per una vera democratizzazione dell’Onu perché è, nonostante la sua debolezza, l’unico embrione di un sistema di relazioni internazionali che non siano improntate ai soli rapporti di forza e alla guerra.

E dobbiamo essere, ancora una volta, dalla parte delle vittime.

 

Gianni Rocco
 
 
Segnalo inoltre una pagina web che raccoglie alcune foto scattate nel centro Caritas Georgia di Tbilisi, capitale del Paese:
 
 

05/08/2008

L'Italia, Repubblica fondata sui morti sul lavoro

Ministro La Russa, perché non manda i militari nei cantieri?1603514120.jpg

Lo dice il Censis: è di gran lunga il Paese europeo dove si muore di più sul lavoro. Sono 918 casi in Italia in un anno. Un morto ogni 23 mila lavoratori, a fronte di 678 in Germania (un morto ogni 53 mila lavoratori), 662 in Spagna (un morto ogni 24 mila lavoratori), 593 in Francia (un morto ogni 50 mila lavoratori).

Senza contare che in Italia sono decine di migliaia gli incidenti sul lavoro non denunciati. E che sono decine, o forse più, i morti sul lavoro fatti passare per incidenti stradali o incidenti domestici.

Ma per il nostro governo (e pure per l'opposizione che sullo stesso tema ha incentrato la campagna elettorale) l'emergenza in Italia è la sicurezza.

Non sanno i nostri "politici" che in Italia si è molto più sicuri che altrove in Europa? Molto attenti ai numeri per quanto riguarda i sondaggi, la nostra casta politica è distratta quando si tratta di guardare alla vita reale del Paese. A Roma, lo dicono le statistiche, si è più sicuri che ad Amsterdam e a Londra.

In Italia ci sono 3.750 ispettori del lavoro. La stragrande maggioranza dei quali non mette piede fuori dagli uffici, essendo incaricata di lavori amministrativi. A fronte di centinaia di migliaia di luoghi di lavoro, a fronte di decine di migliaia di cantieri aperti.

Eppure, i giornalisti e i politici continuano ad alimentare un inesistente allarme sicurezza. E a fare abilmente aumentare l'insicurezza "percepita", che è un po' come il caldo di questi giorni: sembra molto più di quanto non lo sia realmente. Ma quello dellla temperatura percepita è un fenomeno del tutto naturale, mentre quello dell'insicurezza è costruito ad arte per distogliere l'attenzione dai veri problemi delle persone. Da media e politici, ancora una volta complici di una gestione privata delle cose pubbliche.

E poi ci si stupisce delle pattuglie di militari in città.

Perché non affiancare i militari agli ispettori del lavoro, caro ministro La Russa? Anche questa è una idea da sessantottini?

Maso Notarianni

16/07/2008

Acqua oligominerale di Val Rubinetto

Sull’esempio delle campagne realizzate all’estero per promuovere l’acqua del rubinetto, il Museo A come Ambiente propone un percorso in due parti dal titolo: Bere l’acqua di Torino. (Parte II - fine)

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A Torino in autunno probabilmente arriverà nelle mense scolastiche l’acqua potabile in caraffa. Da parte del Comune non si tratta di cambiare con l’obiettivo di risparmiare - la distribuzione in caraffe sembra sia costosa quanto quella con le bottigliette d’acqua minerale - ma si tratta di far cessare delle abitudini insensate. L’acqua del rubinetto ha il vantaggio di essere costantemente garantita in tutto il suo percorso e mineralmente equilibrata (oligominerale). È l’alimento più controllato.

Quanto sodio si può ingerire con l’acqua?
Il valore massimo previsto per legge è di 20 mg/l. L’acqua del rubinetto quindi può essere consumata sia dalle persone anziane sia da quelle che devono seguire una dieta povera di sale, perché la quantità di sodio ingerito è minima. Anche bevendo 2-3 litri al giorno di acqua contenente i valori massimi, si raggiunge meno del 10% di tutto il sale ingerito con l’alimentazione. Ad esempio, un solo cracker apporta la stessa quantità di sodio di sei litri di un’acqua che contiene 10 mg/litro.
La quantità di sodio che ingeriamo attraverso gli alimenti proviene per il 10% da quello contenuto naturalmente in alimenti e bevande; per il 55% dal sale aggiunto nei prodotti alimentari trasformati; per il 35% da quello aggiunto individualmente.

Come capire se le tubazioni del condominio o di casa sono in buono stato?
L’acqua può essere bianca e avere un aspetto lattiginoso, se in essa sono presenti piccolissime bolle d’aria. Lasciandola riposare per qualche minuto, l’acqua ritorna trasparente. Questo fenomeno è più frequente negli ultimi piani dei condomini a causa della pressione necessaria per far arrivare l’acqua. Può anche essere dovuto alla presenza di frangiflusso inseriti sui rubinetti e sulla doccia, che fanno sprecare meno acqua.
Tracce di ruggine nell’acqua sono invece dovute alla corrosione delle tubature interne delle case, non a problemi dell’acquedotto. In attesa di cambiare le tubature, si può far scorrere l’acqua prima di consumarla. La legge limita la presenza di metalli rilasciati dalle tubature a un massimo di 1 mg/l. Per ovviare a questi problemi è obbligatoria, da parte del servizio di erogazione dell’acqua e dei singoli proprietari la sostituzione delle tubature fatiscenti.

Perché bere l’acqua del rubinetto è ecologico?
L’acqua del rubinetto è rispettosa dell’ambiente, è distribuita a domicilio senza mezzi di trasporto inquinanti, non produce imballaggi che comportano l’uso di materie prime come vetro, plastica, ecc. e che diventano immondizia da smaltire o da riciclare. Bere acqua del rubinetto vuol dire zero plastica, zero vetro, zero immondizia. È quindi un atto ecologico quotidiano, semplice, concreto.

Perché bere l’acqua del rubinetto è economico?
Nell’area metropolitana 1,08 euro è il costo di un metro cubo d’acqua di qualità. Non di un litro, ma di 1000 litri! L’acqua minerale in bottiglie di PET costa anche 300 euro al metro cubo. Quando si compera una bottiglia d’acqua, più del prodotto stesso si pagano la confezione, il trasporto, la fabbricazione, la pubblicità del marchio, in parte il costo dello smaltimento della plastica e del vetro. Il rubinetto di casa si può trasformare in un’interessante fonte di risparmio familiare. A causa della produzione, imballaggio, trasporto, distribuzione, trattamento degli imballaggi usati, un litro di acqua imbottigliata genera 2.500 volte più gas a effetto serra (CO2) di un litro di acqua del rubinetto, a parità di qualità.
Il prezzo dell’acqua potabile è dato sia dal costo per la produzione e la distribuzione, sia da quello della raccolta e del trattamento delle acque usate (depurazione), cui vanno aggiunti le opere e gli adeguamenti necessari degli impianti, oltre agli investimenti necessari per espletare e migliorare tali servizi.

Che cos’è il ciclo integrato?
L’attenzione del produttore e distributore dell’acqua potabile di una grande area metropolitana è rivolta anche alla gestione delle acque usate nelle reti fognarie.
È il ciclo integrato: le acque reflue provenienti dalla rete fognaria vengono trattate con processi di depurazione in modo da poter essere restituite all’ambiente e non inquinare, disperdendosi, quelle trattate per diventare potabili.


CONSIGLI PER IL CONSUMO

Come eliminare il gusto di cloro?
Il cloro garantisce la purezza microbiologica dell’acqua. Per bere un’acqua del rubinetto di gusto ed odore gradevole non bisogna consumarla subito, ma lasciarla in un contenitore di vetro aperto per qualche minuto (a contatto con l’aria il cloro evapora) e poi riporla in una bottiglia o caraffa di vetro chiusa, in frigorifero. In alcune zone metropolitane l’acqua sa maggiormente di cloro, perché sono più vicine al punto di clorazione (che coincide con l’immissione in rete dell’acqua potabile); durante il percorso il tasso di cloro diminuisce.

A quale temperatura bere?
Non c’è una temperatura ideale, dipende dalle abitudini, anche se il gusto migliora raffreddandola (10-12 gradi). La sensazione che l’acqua abbia un gusto diverso a seconda delle zone della città dipende dalla temperatura: alcuni sapori diventano più evidenti con l’aumentare della temperatura. L’odorato gioca un ruolo fondamentale nella percezione del gusto, falsificandolo. In caso di grande caldo si assimila meglio l’acqua a temperatura ambiente.

Si deve filtrare l’acqua del rubinetto per berla?
Filtrare l’acqua potabile fornita dagli acquedotti non serve: gli agenti inquinanti già in partenza non sono presenti nell’acqua distribuita. L’unico vantaggio è quello di eliminare il cloro, se l’impianto è funzionante e con manutenzione continua (altrimenti il filtro diventa un ricettacolo di batteri). I filtri anticalcare (posti in genere sul rubinetto) trattengono i minerali, anche utili al nostro corpo, come calcio e magnesio. Gli addolcitori di acqua (collocati prima degli apparecchi che scaldano l’acqua) ne riducono la durezza, eliminando calcio e magnesio, ma introducono sodio in eccedenza, se utilizzano il procedimento dello scambio di ioni.
Possono essere quindi giustificati solo nel caso di acqua con forte presenza di calcio e per ridurre il calcare nelle apparecchiature. Chi compera l’acqua minerale solo perché ha le bollicine, trova oggi in commercio apparecchi che dosano il gas dell’acqua del rubinetto.
Si può utilizzare l’acqua calda del rubinetto per preparare il caffè e il tè?
Sarebbe meglio utilizzare acqua fredda da scaldare, per evitare di bere acqua bollente passata nelle tubature.

 

di Carlo Degiacomi - museoambiente.org

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15/07/2008

Pura e Libera è Meglio

Gli italiani sono i più grandi consumatori al mondo di acqua in bottiglia, anche se quella che sgorga dai rubinetti è quasi ovunque di ottima qualità. L’esempio di Torino con la sua area metropolitana. (parte 1)

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Perché bere l’acqua del rubinetto?
Ogni anno un italiano medio consuma (dati 2007) 191 litri di acqua in bottiglia, con una spesa che si aggira (sempre pro capite) tra i 200 e i 400 euro. Uno dei principali luoghi comuni che circola nelle nostre case sarebbe la maggior sicurezza dell’acqua minerale: ma l’acqua degli acquedotti è la più controllata!
Grandi città del mondo – San Francisco, Parigi, New York – valorizzano la loro acqua del rubinetto ad esempio attraverso la diffusione dell’uso dell’acqua potabile del rubinetto in boccioni negli enti pubblici, attraverso la diffusione di caraffe d’acqua siglate dall’azienda di produzione dell’acquedotto distribuite nei ristoranti, nelle scuole.

Lo slogan del sindaco di New York: Prova l’acqua del rubinetto; a Parigi: Bere l’acqua del rubinetto è un atto ecologico. A Milano e Firenze nelle scuole le brocche di vetro con acqua di rubinetto hanno preso il posto delle bottiglie di acqua minerale. La società Tasm di Milano Sud costruisce nei
comuni case dell’acqua (casadellacqua.com), che distribuiscono cioè l’acqua del rubinetto, fresca e gassata (con aggiunta di anidride carbonica) in concorrenza con le bollicine delle acque minerali (è questo uno dei motivi dichiarati dagli acquirenti di acqua in bottiglia). Sull’esempio delle campagne realizzate all’estero per promuovere l’acqua del rubinetto, il Museo A come Ambiente propone un percorso dal titolo Bere l’acqua di Torino. Ve lo proponiamo.

Bere è una necessità vitale
Dobbiamo ricordarci di bere circa due litri di acqua al giorno. 2.200.000 abitanti di Torino ed area metropolitana ricevono dai loro rubinetti acqua potabile, ma ognuno di noi ha il diritto di sapere da dove provenga.
Sorgenti, falde sotterranee o fiumi? L’acqua è diversa a seconda delle zone, dei quartieri, delle circoscrizioni? Possiamo essere sicuri della sua qualità? L’acqua del rubinetto è di qualità e la sua composizione è paragonabile ad alcune acque imbottigliate. Bere acqua del rubinetto è sicuro, ecologico, economico.

Qual è l’origine dell’acqua di rubinetto di Torino e dell’area metropolitana?
La Smat (Società Metropolitana Acque Torino) distribuisce quotidianamente, attraverso una rete di circa 7.000 km, oltre 700.000 mc di acqua potabile controllata. Il 9% proviene dalle sorgenti del Pian della Mussa e di Sangano; il 71% dagli oltre 600 impianti da pozzo che attingono da una o più falde acquifere sotterranee, ad una profondità da 40 ad oltre 100 metri; il 20% dall’acqua, di origine superficiale, dal fiume Po.
In particolare, sorgente è un termine che indica sia l’emergere naturale dell’acqua, sia la captazione di origine sotterranea. L’impianto a gallerie filtranti di Sangano risale al 1859, quello del Pian della Mussa al 1922. L’acqua delle falde sotterranee invece è acqua che proviene dalle piogge o dalle acque di superficie che si infiltrano nel terreno. Poi il passaggio attraverso successivi e diversi strati geologici (argilla, sabbia, ecc.) che la filtrano, la rende naturalmente potabile.
Infine viene raccolta in pozzi scavati.

L’acqua sotterranea è naturalmente pura?
Le acque sotterranee possono essere inquinate da pesticidi o da metalli penetrati nel suolo. L’acqua è resa potabile dalla Smat con impianti di trattamento che rispondono alle esigenti leggi di potabilizzazione oggi in vigore.
Gli interventi degli impianti, se necessari, sono di demanganizzazione, deferrizzazione, abbattimenti di organo-alogenati e batteri patogeni. L’acqua sotterranea è clorata all’inizio della distribuzione per garantire la sua qualità durante il trasporto, fino al rubinetto.
La protezione delle sorgenti e dei pozzi si assicura attraverso perimetri di protezione intorno ai luoghi di captazione dell’acqua potabile, per preservare l’acqua sotterranea da ogni possibile rischio di inquinamento.

Come diventa potabile l’acqua del fiume Po?
Per poter coprire la domanda di acqua dell’area metropolitana senza interruzioni, la Smat deve ricorrere anche all’acqua del Po. Negli anni ‘80 quindi si sono costruiti gli impianti di potabilizzazione dell’acqua del fiume. Gli impianti si trovano sulla sponda sinistra del Po, in Corso Unità d’Italia, e attingono acqua dal fiume a monte della confluenza del torrente Sangone.
Le fasi della potabilizzazione: se l’acqua del fiume è eccessivamente torbida, viene captata da un bacino di lagunaggio a La Loggia. Eliminati i solidi sospesi, si tolgono gli inquinanti in sospensione e i fanghi nei bacini di decantazione, con il carbone in polvere si rimuovono i microinquinanti organici. Tramite l’ozonizzazione si disinfetta l’acqua da batteri e virus, si eliminano ferro e manganese, pesticidi, fenoli, detergenti.
Con il policloruro di alluminio si fanno precipitare microscopiche particelle per rendere l’acqua limpida, si tolgono ammoniaca e composti azotati derivati. Con i filtri a carbone si elimina ancora la colorazione residua, gusti e odori sgradevoli. La disinfezione finale dell’acqua (ormai potabile e pronta per essere bevuta) avviene con biossido di cloro che ha lo scopo di impedire la formazione di colonie batteriche lungo la rete di distribuzione.

Come viene distribuita l’acqua fino al nostro rubinetto?
Le acque provenienti dalle sorgenti, dai pozzi e dal Po vengono miscelate, inviate dagli impianti della Smat al rubinetto, passando in serbatoi di stoccaggio - anche elevati rispetto al piano della città - che dosano la pressione per fare arrivare l’acqua fino agli ultimi piani dei condomini.
La provenienza dell’acqua è più o meno la stessa in tutti i quartieri di Torino, ma vi possono essere in alcune zone miscele di acque diverse.

Perché l’acqua del rubinetto è sicura?
Perché è costantemente controllata. Ogni anno i laboratori Smat (che vantano un sistema di qualità certificato ISO 9001/2000) eseguono oltre 410.000 analisi sulle acque potabili. Effettuano controlli quotidiani sulla sua qualità, lungo tutti i punti di produzione: sull’acqua in ingresso agli impianti, nelle varie fasi del trattamento, nell’immissione in rete, nei punti significativi della rete di distribuzione.
Nello stesso modo si muovono gli organi sanitari competenti: le strutture pubbliche delle Asl e dell’Arpa Piemonte. Sul sito smatorino.it sono pubblicati i risultati delle analisi delle acque prelevate nei diversi punti di monitoraggio. In tutti i punti di trattamento e di distribuzione, l’acqua non ha nulla da invidiare alle normali acque in bottiglia.
Nel caso l’acqua non fosse conforme ai criteri di qualità stabiliti per legge in uno dei punti di captazione e di controllo, viene esclusa dalla distribuzione. Anche in caso di inquinamento accidentale (ad esempio di un pozzo o delle acque del fiume) la diversificazione delle fonti permette di non interrompere mai l’erogazione dell’acqua potabile.

Che cos’è l’acqua minerale?
La qualifica di acqua minerale naturale è concessa dal Ministero della Salute dopo l’accertamento della sua conformità a criteri definiti per legge (51 parametri in totale). Tre parametri chimici: antimonio, nichel, benzene. Non è fissato un limite per il contenuto di sali minerali (come è invece per le acque potabili).
Dando per scontato che l’imbottigliamento delle acque oligominerali naturali avviene in condizioni ottimali, non possiamo però conoscere e controllare il lungo percorso che le bottiglie compiono per arrivare a casa nostra, quindi le condizioni di conservazione durante il trasporto e nei luoghi di commercializzazione. Infatti le bottiglie devono essere conservate in luogo fresco, al riparo dalla luce e dal calore.
L’ultima legislazione ha introdotto parametri più restrittivi per le acque minerali per avvicinare i loro valori a quelli delle acque potabili. Ha però lasciato nelle acque minerali (calciche, ferruginose, bromoiodiche, sulfuree, carboniche, arsenicali…) dei limiti di accettabilità più alti, riguardo alla presenza di sostanze che nelle acque potabili sono definite contaminanti e indesiderabili. In passato il problema non si poneva, perché le acque minerali erano utilizzate solo a scopo curativo con un uso limitato nel tempo.

Perché l’acqua del rubinetto può sapere di cloro e contenere calcio?
Il cloro (con una quantità variabile per litro) non viene aggiunto all’acqua per renderla potabile, ma per evitare la proliferazione dei batteri durante il suo passaggio nelle tubazioni fino al rubinetto.
Il calcio e il calcare dell’acqua sono due forme dello stesso minerale: se sciolto è calcio, se solido è calcare.
La legge europea stabilisce che non esiste un limite massimo alla quantità di calcio presente nell’acqua del rubinetto, il che dimostra che il calcio non è tossico. Al contrario, i produttori di acqua devono introdurre bicarbonato di calcio, se l’acqua non ne contiene a sufficienza.
L’acqua della Smat contiene valori vari, in media si può dire circa 70-80 mg per litro di calcio, paragonabili a quelli di molte acque minerali, garantendo così valori percentuale dal 15 al 25% del nostro fabbisogno giornaliero. Il latte e i suoi derivati coprono circa il 70% del residuo bisogno umano di calcio.

 

di Carlo Degiacomi – museoambiente.org

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26/05/2008

I rom e il sonno della politica

 

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Quando si parla di emergenza rom, sarebbe sempre bene partire dai dati. Dal punto di vista quantitativo l’Italia non ha molti elementi di fatto per lamentare un’insopportabile invasione delle minoranze più stigmatizzate d’Europa. Secondo le ultime stime disponibili (Caritas-Migrantes), in Europa vivono all’incirca 9 milioni di Rom e Sinti, di cui meno di 2 milioni nell’Europa Occidentale. Tra i paesi più interessati dal fenomeno, troviamo la Spagna, con una popolazione compresa fra le 650.000 e le 800.000 unità, la Francia, con valori stimati tra 280.000 e 340.000, la Grecia, tra 160.000 e 200.000. Per l’Italia, i dati si attestano intorno alla cifra di 120.000-150.000 unità, pur aggiungendo un incremento in seguito all’ingresso nell’Unione dei nuovi paesi membri (Bulgaria e Romania). Molto meno dei nostri vicini, in rapporto alla popolazione complessiva.

In secondo luogo, sarebbe bene parlare di minoranze rom e sinte al plurale, giacché si tratta di un mosaico di popolazioni per molti aspetti diverse: nazionalità, data di arrivo, religione, ecc.; per quasi la metà, oggi, presumibilmente in possesso della cittadinanza italiana, a volte da secoli; per l’altra parte, da gruppi stratificati per titoli di soggiorno e dotazione di diritti, con una cospicua quota di neo-comunitari, insieme a rifugiati, apolidi, stranieri in possesso o meno di permesso di soggiorno. Anche l’etichetta “nomadi” traduce più un pregiudizio che una situazione di fatto: solo una minoranza, compresa tra il 15 e il 30%, conduce ancora una vita itinerante; molti non sono più nomadi da tempo, o non lo sono mai stati.

Il caso italiano si rivela invece assai problematico se prendiamo in considerazione le politiche indirizzate alla gestione delle popolazioni rom e sinte. Qui due considerazioni si impongono:

1.      come ha ricordato nell’autunno scorso Barroso, a nome dell’Unione europea, l’Italia non ha richiesto fondi comunitari per realizzare politiche rivolte a rom e sinti, a differenza della Spagna e di altri paesi. Del resto, si potrebbe chiosare, in varie regioni nel passato i fondi resi disponibili non sono stati richiesti dai Comuni, per nulla intenzionati a realizzare strutture d’accoglienza o altri servizi per questi scomodi vicini di casa.

2.      la misura più diffusa, nei casi benintenzionati, per intervenire sulla domanda abitativa di queste minoranze consiste nell’allestimento dei cosiddetti “campi nomadi”, che nel tempo però da soluzione sono diventati un aspetto saliente del problema. Per citare solo una delle molte critiche avanzate da istituzioni internazionali, il Comitato delle Nazioni Unite sull’eliminazione della discriminazione razziale (CERD, Committee on the Elimination of Racial Discrimination), aveva notato nel 1999: «In aggiunta alla frequente mancanza dei servizi di base, l’abitare nei campi porta non solo alla segregazione fisica della comunità rom dalla società italiana, ma anche all’isolamento politico, economico e culturale».

L’emergenza rom di oggi, e la percezione diffusa di insediamenti selvaggi e minacciosi, ha dunque a che fare con il mancato governo della questione, con la carenza di investimenti appropriati, con l’insistenza su misure ghettizzanti e stigmatizzanti. Nella maggior parte dei casi, si è preferito ignorare il problema, sperando che rom (e sinti) andassero ad accamparsi in un altro comune. Alla fine, il sonno della politica si è ribaltato nella politicizzazione dal basso della questione, con le rivolte dei residenti, gli incendi dolosi e la caccia a donne e bambini terrorizzati: prima dei fatti di Napoli, ricordiamo quelli di Opera, dove, per inciso, il capo della Lega Nord locale, protagonista della campagna anti-rom, è stato eletto sindaco.

Malgrado l’opinione diffusa, espellere i rom è tutt’altro che semplice, salvo violare norme europee e garanzie costituzionali. Basti pensare all’alto numero di minori. Neppure sgomberi e allontanamenti risolvono il problema: si limitano a spostarlo, o a riprodurlo in maniera ancora più precaria e derelitta.

D’altronde, anche l’idea di un “commissario per i rom” ha un suono inquietante, perché individua una minoranza etnico-linguistica come destinataria di misure ad hoc.

Il conflitto apparentemente insolubile tra popolazione maggioritaria e installazione di gruppi rom e sinti in appositi ‘campi’ richiede di spostare la discussione su un altro piano, ponendo a tema il superamento o almeno la flessibilizzazione della forma-campo, inteso come insediamento deciso dall’alto, numeroso, istituzionalmente controllato, di fatto permanente, collocato ai margini dei contesti urbani, scollegato da interventi adeguati di integrazione e promozione sociale. Servono invece soluzioni abitative plurime, negoziate con i diretti interessati e con le comunità locali. Servono progetti più ampi, che comportino il coinvolgimento e la responsabilizzazione dei destinatari, la condivisione di regole, la presenza di figure di mediazione e accompagnamento. Serve la repressione dei comportamenti illegali, senza criminalizzazioni collettive e pregiudiziali. Serve l’impegno di associazioni e operatori dotati di competenze specifiche. Serve l’investimento in progetti di avvio al lavoro e alla microimprenditorialità.

Vorremmo che il 2008, anno europeo contro le discriminazioni, passasse alla storia non per le cacce ai rom, ma per l’avvio di una nuova generazione di progetti di integrazione.

di Maurizio Ambrosini

14:20 Scritto da: aleczanussi in opinioni | Link permanente | Commenti (0) | Segnala | Tag: rom, sinti, zingari, politiche sociali | OKNOtizie |  Facebook

20/05/2008

La storia delle cose

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Bellissimo video ad animazioni dell'ambientalista Annie Leonard che espone, con una tecnica grafica molto accattivante, i grandi limiti dell'attuale sistema economico statunitense, ma le stesse tesi possono essere facilmente estese a tutte le economie moderne.

Una analisi sofisticata e contemporaneamente estremamente lineare, ti fa molto riflettere sull'attuale modello di ciclo economico dove la concatenazione di Estrazione > Lavorazione > Distribuzione > Consumo > Smaltimento non é tecnicamente sostenibile nel tempo e comporta inevitabilmente gravi conseguenze ecologiche, sociali, politiche e economiche.

 

 

Scarica il video ad alta risoluzione in italiano.

Di seguito il link al sito ufficiale dove potete trovare il video anche in lingua inglese originale: http://www.storyofstuff.org/

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05/05/2008

Intervento di Don Luigi Ciotti a Treviso: "La passione per la costruzione del bene comune"

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Volevo proporvi questo interessante intervento di Don Luigi Ciotti, ospite relatore all’interno dell’ultimo appuntamento della scuola di formazione socio politica che si è tenutoMercoledì 30 aprile a Treviso presso Casa Toniolo. L’incontro e la testimonianza del presidente nazionale di Libera e fondatore del Gruppo Abele è ruotato attorno al tema “La passione per la costruzione del bene comune”. Presente all’incontro anche il Vescovo della diocesi di Treviso, S.E. Mons. Andrea Bruno Mazzocato.

Di seguito l’audio della conferenza diviso in due parti:

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21/04/2008

Padova security channel: altro passo verso la dis-integrazione…

4591e0e49135861d4092d9f4d57d7193.jpgRimango allibito dall’ultima proposta dei comitati SOS Padova e Stanga 6 di creare un canale satellitare interamete  dedicato alla sicurezza della città di Padova. I cittadini potranno inviare riprese di situazioni di degrado, delinquenza e quant’altro… saranno mandati in onda dibattiti sulle problematiche connesse: finalmente la cittadinanza avrà piena consapevolezza di quanto accade in taluni quartieri ormai in preda a bande di soggetti tutt’altro che raccomandabili, potrà esprimere la sua opinione e farla pervenire in un batter d’occhio all’amministrazione comunale, al sindaco, a chi è chiamato a sanare le realtà urbane insalubri e pericolose. Ma non è tutto: come se non bastasse ora il progetto sembra assumere rilevanza internazionale! Pare infatti che la Libia sia interessata a questa novità patavina e che sulla base di questa si sia pensato di progettare qualcosa di ben più grande: un canale internazionale, accessibile quindi anche all’estero, in particolar modo in Africa, quindi in Libia, ma magari anche in Marocco, in Algeria, in Sudan, e perchè no, anche più a sud, in Senegal, in Nigeria, in Camerun e così via… in tutte quei paesi da cui provengono le persone che si riversano nelle nostre cittadine. E’ fondamentale è necessario che queste sappiano prima di partite cosa li attende qui “da noi”; sappiano fare bene i conti di ciò che lasciano e di ciò a cui vanno incontro…

Ma io dico: davvero abbiamo bisogno di una cosa simile? Davvero Padova migliorerà la sua realtà sociale in questo modo? Mi pare di scorgere alla base di proposte simili il solito spirito securitario e allarmista che negli ultimi anni ha caratterizzato buona parte del dibattito politico (e non solo) patavino. Chi controllerà che quanto verrà inviato dai cittadini sia aderente alla realtà? Chi valuterà il peso della situazione che verrà mostrata nei materiali video? Chi potrà giudicare le intezioni dei cittadini nel filmare certe situazioni? Come si eviterà il rischio che questo nuovo strumento vada a favorire comportamenti e intenzioni che rasentano la xenofobia ed il razzismo? E che spazio avranno gli immigrati in tutto questo? Davvero ho seri dubbi che si possa controllare una cosa del genere… L’influenza dei media sull’opinione pubblica non è mai irrilevante. E per quanto riguarda il canale internazionale? Dando fiduciosamente per scontato che il cittadino medio si renda conto di quale sia la gravità delle situazioni da cui fuggono gli emigranti diretti in Italia, davvero pare serio e costruttivo mostrare il peggio (così si dice) della nostra società (nostra, sì, perchè anche nostra è, una società in cui anche noi siamo dentro fino al collo, a partire dalle sue zone più grigie) quale forma di scoraggiamento diretta a persone che nel fuggire dalla propria terra rischiano la vita senza tanti calcoli? “Voi” davvero credete che basti una trasmissione o delle immagini per impedire a qualcuno che sta morendo a casa sua di “tentare” la via dell’ultima speranza? Non da ultimo: chi finanzierà questo progetto? Il Comune? E quanti cittadini sono stati messi al corrente di tale iniziativa prima che questa finisse nei giornali, prima quindi di proporla? Credo fermamente nello spirito partecipativo della democrazia: non sarebbe forse stato più opportuno sondare maggiormente tutti i livelli della società civile? Quantomeno informarla adeguatamente prima di divulgare una ricetta preconfezionata da un ristretto gruppo di persone?

Per concludere: creare spazi di sfogo, di denucia, di raccolta di materiale accusatorio per “indurre” (perchè anche di questo si tratta) la gente a ricercare, ancor più di quanto già possa fare, situazioni da “sbattere” in tv o sui media, non pare un’iniziativa fuorviante nei confronti di proposte, tecnicamente simili, ma in controtendenza rispetto a ciò che ”fa notizia”, che invece potrebbero puntare a divulgare e far conoscere buone pratiche di integrazione, di convivenza e di coesione sociale con lo straniero?

La parola a voi…

Daniele

tratto da: Quartiere Globale

18/04/2008

Il giorno della lotta per la terra

I Sem Terra brasiliani celebrano l'Aprile rosso e la giornata internazionale della lotta contadina
 
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Il dodicesimo Aprile Rosso del Movimento Sem Terra brasiliano è tornato più combattivo che mai. L'associazione contadina che ha fatto della riforma agraria e della giusta distribuzione della terra le sue ragioni di vita torna ogni mese di aprile a rinnovare e intensificare azioni e manifestazioni contro la concentrazione degli ettari in mano a pochi grandi proprietari, tipica del Brasile. Ma perché proprio questo periodo? La ragione è di quelle pregnanti, di quelle che alimentano rabbia e sete di giustizia: il 17 aprile 1996 a Eldorado de Carajas, Parà, 19 contadini senza terra vennero massacrati come animali dalla polizia, durante una manifestazione pacifica. Da allora, il già agguerrito Movimento è diventato una forza senza freno, che non si lascia piegare, nemmeno dalle promesse di Luis Inacio Lula da Silva, che dopo anni di lotta al loro fianco, è salito alla presidenza della Repubblica, sventolando una riforma che ancora non è arrivata. E, lasciati soli dalle istituzioni ma non dalla solidarietà internazionale, vanno avanti. Via Campesina, infatti, fra i movimenti sociali più potenti dell'America Latina, è accanto all'Mst nella sua lotta e nelle sue rivendicazioni. E oggi, 17 aprile, in omaggio alle vittime del Carajas, ha indetto il Giorno internazionale della Lotta contadina.

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01/04/2008

Miriam Makeba in concerto.

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Comunico l'importante concerto di Miriam Makeba, inserito all'interno del Dedica Festival di Pordenone, che si terrà in esclusiva sabato 19 aprile 2008 presso il Teatro Comunale Giuseppe Verdi di Pordenone ore 20:45. Miriam Makeba è non solo una straordinaria cantante, autentica icona della cultura africana, ma è anche, e forse soprattutto, un simbolo della lotta contro il razzismo, l’apartheid e per la conquista della dignità di un grande popolo come quello sudafricano. Nata a Johannesburg, è considerata un’autentica leggenda vivente tanto da essere soprannominata “Mama Afrika”. Inizia a cantare a livello professionale negli anni Cinquanta, con il gruppo Manhattan Brothers ottenendo un buon successo anche al di fuori del proprio paese. Conquistata la notorietà internazionale con il musical King Kong (1959) e con il film anti – apartheid Come back Africa (1958).
La sua carriera è costellata da un’importante produzione discografica, da innumerevoli successi artistici (Pata Pata, Malaika, The click song ecc). Ha ricevuto riconoscimenti dall’Unesco e da altre importanti istituzioni.

Per maggiori informazioni su Miriam Makeba clicca qui.

Ingresso: da € 13 a € 27 più diritto di prevendita (posto numerato).

Acquista i biglietti in prevendita presso la biglietteria del Teatro Comunale Giuseppe Verdi dal 27 marzo (dal lunedì al sabato orario 14.30-19.00).

 

29/03/2008

Voci da Mitrovica – Quando il dialogo è possibile.

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Il 17 Marzo scorso Priština ha unilateralmente proclamato l’indipendenza del Kosovo/a, aumentando così le già presenti tensioni all’interno del nuovo Stato. A meno di 50 chilometri a nord ovest dalla capitale, si trova Mitrovica/ë, città attraversata dal fiume Ibar che letteralmente la divide in due parti, due diverse municipalità: una a nord abitata dalla comunità serba e una a sud con presenza albanese, collegate unicamente da un ponte. Una città piccola ma famosa in quanto riassume in sé tutte le difficoltà di convivenza e dialogo tra la minoranza serba e la maggioranza albanese presenti in Kosovo/a. Il 26 Marzo alcuni studenti dell’Università di Padova hanno avuto la preziosa opportunità di poter ascoltare e dialogare con due ragazzi provenienti dallo Stato kosovaro e precisamente da Mitrovica/ë: Sanja, serba kosovara, abita nella parte nord e frequenta l’Università di Priština (in Mitrovica/ë). Mensur, albanese kosovaro, risiede nella parte sud ed è studente dell’Università di Priština (in Priština). I due ragazzi sono giunti a Padova all’interno del progetto “Dialoghi di pace” per portare la loro testimonianza durante una serie di conferenze, tenutesi il 27 Marzo, con tema “Kosovo: ambiente e operatori di pace”, organizzate dalle associazioni ACS (Associazione per la cooperazione allo sviluppo) e Associazione per la Pace in collaborazione con il Comune di Padova. L’incontro avvenuto il pomeriggio precedente all’interno di una stanzetta di Palazzo Moroni è stato un bell’esempio di testimonianza e di dialogo pacifico tra due diverse culture e posizioni. La complessità della situazione del Kosovo/a ha fatto si che il tema affrontato fosse a rischio di tensioni, ma fortunatamente Sanja e Mensur hanno saputo gestirlo con responsabilità e senso critico raccontandoci la loro quotidianità e dimostrandoci che un confronto sereno e disponibile è possibile anche in una situazione critica come è quella oggi attraversata dal Kosovo/a. “Mitrovica non è una città in cui è piacevole vivere”, racconta Sanja, “manca lo stato di diritto e vi giungono rifugiati da tutto il Kosovo senza lavoro”. Anche Mensur ribadisce che “in città permane un altissimo tasso di disoccupazione, lo stipendio medio è di 150 euro e la popolazione è formata per più del 60 % da minorenni”. Quando viene chiesto loro quali siano i loro progetti, entrambi rivelano con convinzione di immaginare il proprio futuro fuori dal Kosovo, sul quale mantengono una visione chiaramente diversa. Da una parte rimane evidente la necessità di mantenere intatta la separazione tra le due entità municipali nord-sud, dall’altra si afferma l’irreversibilità del processo di indipendenza in corso e, nonostante il tempo ad esso necessario, l’esigenza della sua accettazione da parte serba. Nonostante le diverse posizioni, i due ragazzi nuovamente ribadiscono la possibilità di incontro e convivenza. “Uno stato”, dice Mensur, “necessita comunque di profondi processi di integrazione e di cooperazione per formarsi”, e, continua Sanja, “la via per esprimere le proprie idee deve comunque essere in ogni caso pacifica”. Una disponibilità di fondo all’incontro che sembra esistere seppur nascosta alla luce del sole. Ne è conferma il verificarsi di rapporti, sebbene di carattere prevalentemente economico, durante la notte tra le due parti della città di Mitrovica/ë, cosa che di giorno risulta invece contrastata. Allora speriamo che Sanja e Mensur possano essere un esempio e ancor più un modello di dialogo per superare in maniera civile quei muri che molte volte noi stessi ci costruiamo per proteggere identità e valori che andrebbero invece condivisi.

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25/03/2008

Burkina Faso - Foto di un Neurofisiopatologo.

Pubblico qui di seguito alcune foto della permanenza di due mesi di un amico neurofisiopatologo, presso un centro medico gestito dai Camilliani a Ouagadougou, capitale del Burkina Faso.

 

                      

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24/03/2008

Alleanza Con La Calabria - Manifestazione Nella Locride Del 1 Marzo.

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Lettera di ringraziamento e di auguri del presidente del Consorzio Sociale GOEL, Vincenzo Linarello.

Continua...

23/03/2008

Un'Informazione Responsabile.

Natale e Pasqua, purtroppo, rimangono ancor oggi i soli giorni in cui il nostro pensiero viene indirizzato a quei difficili se non terribili contesti come è tuttora quello del Darfur. Crimini dimenticati. Situazioni che passano e restano nei telegiornali e nelle testate dei quotidiani solo per qualche settimana, se non addirittura per qualche giorno, per essere poi rispedite nell’anonimato, sostituite da notizie, a loro parere, di “maggiore successo”. Ricordiamoci di quanto velocemente sono state messe da parte notizie riguardanti la Somalia e il Kenya, appena la situazione sembrava essersi risolta, purtroppo solo apparentemente o sulla carta; e stessa fine farà senza ombra di dubbio anche il caso Tibet. Di fronte a tale indifferenza, il più grande male del nostro tempo, dobbiamo agire perché possa venire rivalutato un sistema di informazione mediatica differente, concentrato su problemi a livello mondiale, di maggiore serietà, mantenendo un certo continuum nelle notizie offerte. Perché proprio l’informazione è il primo passo verso un atteggiamento di genuina solidarietà, segno di empatia, condivisione e senso di destino comune. E allora, aspettando attivamente una rivoluzione mediatica, cerchiamo di informarci autonomamente e riempire le lacune attraverso un’intelligente ricerca in siti competenti, lettura di giornali attenti a certe tematiche e partecipazione ad iniziative e convegni. Sapersi costruire da noi stessi una certa informazione è oggi più che mai un dovere, e un diritto, a cui siamo chiamati. Una responsabilità grande perché informarci è la prima prerogativa per poter agire con consapevolezza.